15/11/2009

Loro le ronde. Noi il pane!

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Il circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Francavilla Fontana, forte del successo registrato dalle prime uscite dei Gruppi di Acquisto Popolare e conscio dello stato emergenziale in cui versa un sempre più grande numero di famiglie francavillesi strangolate dai tentacoli di una crisi ancora lontana dal morire, ripropone i GAP, iniziativa sociale di sostegno alle famiglie contro il caro-prezzi e il calo del potere d’acquisto di salari e pensioni.

Dal prossimo venerdì, pertanto, la locale sezione del PRC riattiverà questa iniziativa che tanto clamore ha suscitato nella sua prima esperienza. Nuovi prodotti faranno ingresso all’interno del paniere e ancora una volta ci si impegnerà a fornire alla gente alimenti di primaria necessità a prezzi calmierati. E’ infatti risaputo che, eliminando la filiera distributiva e arrivando direttamente al produttore, gran parte dei costi al consumo è abbattuta. Da quest’anno ci sarà inoltre una grossa novità: sarà avviato un contatto diretto con la C.A.F. (Cooperativa Agricola Francavillese), che fornirà olio e vino locali, prodotti del nostro territorio che proprio attraverso l’esperienza del GAP potranno trovare adeguata valorizzazione. Un buon modo , dunque, per mettere al centro dell’attenzione, oltre che il risparmio e la solidarietà, anche il nostro territorio e i suoi prodotti sempre più esclusi e ignorati dalla normale catena commerciale.

In un periodo come questo in cui sono in tanti a vantare le proprie iniziative fintamente “sociali” (il cui livello mediatico è inversamente proporzionale a quello di utilità) il PRC esce allo scoperto con un’azione di lotta di provata riuscita e innegabile valore. E lo fa proprio mentre, terminato ormai  il clamore post-elettorale, in Consiglio Comunale le esigue presenze (anche tra i banchi dell’opposizione) non possono far altro che limitare il proprio lavoro all’abitudinaria amministrazione, dimenticando nei fatti le mille promesse e i mille nodi sollevati in campagna elettorale e fregandosene di emergenze lavorative, di lavoratori in cassintegrazione, di opere pubbliche mai terminate e… chi più ne ha più si disperi.

 

La Segreteria PRC - GC

Emanuele Modugno

Raffaele Emiliano

 

13/11/2009

Non siamo schiavi, siamo dinamite

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Sono cose vecchie, dell’altro secolo. La miseria, che il progresso sembrava aver bandito dall’occidente, torna a far sentire i suoi morsi. I banchieri non si stanno ancora lanciando dalle finestre, ma le strade si stanno riempiendo di poveri. Fabbriche e negozi chiudono i battenti. Milioni di persone si ritrovano senza mezzi con cui affrontare il futuro. Avevano promesso che una vita trascorsa in ginocchio, fra un lavoro a beneficio di un padrone e un’obbedienza ai voleri del governo, avrebbe assicurato perlomeno una quieta sopravvivenza. Ora è chiaro a tutti che si trattava di una menzogna.
Sono cose vecchie, dell’altro secolo. Le file davanti alle mense popolari si ingrossano. Nei supermercati il numero dei furti è in aumento costante. Si accatastano le procedure di pignoramento.
E mentre in basso si cerca di non morire di fame, in alto si preparano al peggio, alla paventata esplosione sociale. Si assicura “tolleranza zero” per chi infrange la legge, si predispongono nuove strutture di detenzione per indigeni e migranti, soldati e “volontari” pattugliano i quartieri videosorvegliati. Vecchi o nuovi che siano, i poveri devono saperlo: morire di stenti o suicidarsi, solo questo sarà loro permesso.
Sono cose vecchie, dell’altro secolo. Oggi sempre più individui allungano le mani sulla ricchezza dove ce n’è in abbondanza. Alcuni hanno anche un sogno nel cuore, come quei due anarchici, Christos e Alfredo, che l’1 ottobre sono stati arrestati in Grecia per un colpo in una banca. Il primo l’ha rapinata, arma in pugno. Il secondo dicono che l’avrebbe aiutato, prendendo in consegna il denaro. I due anarchici, uno greco e l’altro italiano, ora si trovano dietro le sbarre. La prigione è il destino promesso a chi non si rassegna a crepare nella miseria, è il destino promesso ai nemici di ogni sfruttamento e di ogni autorità.
Sono cose vecchie, dell’altro secolo. Un’economia in pezzi, una disoccupazione alle stelle, il deterioramento delle condizioni di vita, una guerra fra poveri fomentata dai tirapiedi dei potenti, un razzismo che da strisciante si sta facendo galoppante, un pianeta minacciato dallo sviluppo tecnologico, gli Stati che alternano la carota della democrazia col bastone del totalitarismo...
In questo improvviso ritorno al passato c’è ancora qualcosa che manca. Che la dignità offesa scacci la disperazione e si trasformi in azione. Che la libertà cessi d’essere il diritto di obbedire all’autorità e torni ad essere la sfida ad ogni forma di potere.
Che il desiderio di vivere non si accontenti di quanto già esiste e vada all’assalto per strappare ciò che non è mai stato.
È una cosa vecchia, dell’altro secolo, l’insurrezione.

Luciano Ricci

10/11/2009

Mobilitiamoci per salvare l'università pubblica

 

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Noi, docenti universitari di ruolo attivi in diversi atenei e facoltà, seguiamo con crescente apprensione le vicende dell'università italiana e le scelte assunte in proposito dal governo in carica. Oggi decidiamo di prendere pubblicamente la parola dopo avere letto il ddl di riforma dell'università approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 28 ottobre, un progetto che ci sembra giustificare le più vive preoccupazioni soprattutto per quanto attiene alla governance degli atenei (per il previsto accentramento di potere in capo ai rettori e a consigli di amministrazione non elettivi, fortemente esposti agli interessi privati) e per ciò che concerne la componente più debole della docenza: decine di migliaia di studiosi, giovani e meno giovani, che da molti anni prestano la propria opera gratuitamente o, nel migliore dei casi, in qualità di assegnisti o borsisti, nel quadro di rapporti di collaborazione precari.
Le novità che il governo prospetta in materia di governance degli atenei ci paiono prive di qualsiasi ambizione culturale e di ogni volontà di risanare effettivamente i problemi dell’università pubblica, e ispirate esclusivamente a una logica autoritaria e privatistica, tesa a una marcata verticalizzazione del processo di formazione delle decisioni a discapito dell’autonomia degli atenei. Riteniamo che l’università debba cambiare, ma occorre a nostro giudizio procedere in tutt’altra direzione, salvaguardando il carattere pubblico dell’università e favorendo la partecipazione democratica di tutte le componenti del sistema universitario.
Quanto previsto per la vasta area del precariato ci sembra profondamente iniquo e irrazionale, tale da mettere a repentaglio la funzionalità di molti dipartimenti. I tagli alle finanze degli atenei e la nuova normativa per l’accesso alla docenza preludono all’espulsione in massa dal sistema universitario di persone meritevoli, stimate anche in ambito internazionale, che da tempo lavorano nell’università italiana, tra le ultime in Europa per quantità di docenti di ruolo e tra le più sfavorite per rapporto docenti/studenti. Al di là della retorica sul valore strategico della conoscenza e della ricerca, il governo – ostacolando i nuovi accessi, conservando le vecchie logiche baronali e non introducendo alcuna misura preventiva contro il malcostume accademico – pianifica un enorme spreco di risorse finanziarie, impiegate per la formazione di tanti studiosi ai quali sarà impedito l’accesso ai ruoli dell’università, e una perdita secca in termini di capacità, competenza ed esperienza, che rischia di determinare un incolmabile divario tra l’Italia e i Paesi più avanzati.
Chiediamo al governo di fermarsi, ma ci rivolgiamo anche al mondo universitario affinché faccia sentire la propria voce e manifesti con forza le proprie ragioni e preoccupazioni. Non difendiamo lo status quo: invochiamo una riforma seria che ampli gli spazi di partecipazione, salvaguardi il carattere pubblico dell’università e tuteli l’autonomia della didattica e della ricerca. Non ignoriamo l’esigenza di verificare la qualità dell’insegnamento e del lavoro scientifico di ciascun docente: esigiamo l’adozione di rigorose procedure di valutazione, non graduatorie improvvisate e funzionali a campagne di stampa più o meno denigratorie, ma criteri oggettivi, adeguati alle diverse specificità disciplinari e capaci di rilevare anche i pregi, internazionalmente riconosciuti, della ricerca italiana. Non auspichiamo un reclutamento ope legis: chiediamo lo stanziamento delle risorse necessarie a consentire l’accesso ai ruoli, previo concorso, di quanti abbiano acquisito, negli anni del precariato, comprovate competenze e attitudini professionali.
L’università pubblica non può essere governata in modo autoritario né gestita con criteri ragionieristici. Il lavoro di quanti ne garantiscono l’attività deve essere riconosciuto e tutelato. La conoscenza è una risorsa del Paese e un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a ciascun cittadino della Repubblica.


Per adesioni: perluniversitapubblica@gmail.com

Prime adesioni

Guido Abbattista (Univ. di Trieste), Mario Alcaro (Univ. della Calabria), Alessandra Algostino (Univ. di Torino), Fabio Amaya (Univ. di Bergamo), Annarita Angelini (Univ. di Bologna), Gaetano Azzariti (Univ. di Roma La Sapienza), Valeria Babini (Univ. di Bologna), Franco Bacchelli (Univ. di Bologna), Stefano Bajma Griga (Univ. di Torino), Guido Barbujani (Univ. di Ferrara), Riccardo Bellofiore (Univ. di Bergamo), Paolo Bianchini (Univ. di Torino), Francesco Bilancia (Univ. di Chieti-Pescara G. d’Annunzio), Liliana Billanovich (Univ. di Padova), Luca Bortolussi (Univ. di Trieste), Patrick Boylan (Univ. di Roma Tre), Davide Bubbico (Univ. di Salerno), Alberto Burgio (Univ. di Bologna), Tullia Catalan (Univ. di Trieste), Sara Cervai (Univ. di Trieste), Lorenzo Chieffi (Univ. di Napoli II), Luisa Chierichetti (Univ. di Bergamo), Pietro Ciarlo (Univ. di Cagliari), Roberto Ciccone (Univ. di Roma Tre), Alessandro Dal Lago (Univ. di Genova), Alisa Dal Re (Univ. di Padova), Ferruccio Damiani (Univ. di Torino), Claudio De Fiores (Univ. di Napoli II), Federico Della Valle (Univ. di Trieste), Maurizio Del Ninno (Univ. di Urbino), Lucia Delogu (Univ. di Torino), Gianmario De Muro (Univ. di Cagliari), Fabio De Nardis (Univ. del Salento), Mariangiola Dezani (Univ. di Torino), Alfonso Di Giovine (Univ. di Torino), Guerino D’Ignazio (Univ. della Calabria), Mario Dogliani (Univ. di Torino), Angelo d’Orsi (Univ. di Torino), Lea Durante (Univ. di Bari), Antonio Erbetta (Univ. di Torino), Maria Cristina Ercolessi (Univ. di Napoli L’Orientale), Serena Facci (Univ. di Roma Tor Vergata), Luisa Faldini (Univ. di Genova), Luigi Ferrajoli (Univ. di Roma Tre), Gianni Ferrara (Univ. di Roma La Sapienza), Giovanni Fiaschi (Univ. di Padova), Lorenzo Fischer (Univ. di Torino), Saverio Forestiero (Univ. di Roma Tor Vergata), Walter Fornasa (Univ. di Bergamo), Fabio Frosini (Univ. di Urbino), Ferruccio Gambino (Univ. di Padova), Giovanni Garofalo (Univ. di Bergamo), Cristina Gena (Univ. di Torino), Franco Grignani (Univ. di Perugia), Giorgio Inglese (Univ. di Roma La Sapienza), Manlio Iofrida (Univ. di Bologna), Cristina Jandelli (Univ. di Firenze), Domenico Jervolino (Univ. di Napoli Federico II), Guido Liguori (Univ. della Calabria), Alberto Lucarelli (Univ. di Napoli Federico II), Giorgio Lunghini (Iuss di Pavia), Fulvio C. Manara (Univ. di Bergamo), Giovanna Mancini (Univ. di Teramo), Domenica Marabella (Univ. di Torino), Maria Rosaria Marella (Univ. di Perugia), Paola Marsocci (Univ. di Roma La Sapienza), Alfio Mastropaolo (Univ. di Torino), Giovanni Mazzetti (Univ. della Calabria), Antonella Meo (Univ. di Torino), Maria Grazia Meriggi (Univ. di Bergamo), Raul Mordenti (Univ. di Roma Tor Vergata), Ugo Morelli (Univ. di Bergamo), Vittorio Morfino (Univ. di Milano Bicocca), Giuseppe Mosconi (Univ. di Padova), Angela Musumeci (Univ. di Teramo), Walter Nocito (Univ. della Calabria), Giuseppe Noto (Univ. di Torino), Donatella Orecchia (Univ. di Roma Tor Vergata), Salvatore Palidda (Univ. di Genova), Alessandro Pandolfi (Univ. di Urbino), Armando Petrini (Univ. di Torino), Barbara Pezzini (Univ. di Bergamo), Paolo Picone (Univ. di Roma La Sapienza), Mariapaola Pierini (Univ. di Torino), Franco Piperno (Univ. della Calabria), Giovanni Pizza (Univ. di Perugia), Margherita Platania (Univ. di Salerno), Alessandro Portelli (Univ. di Roma La Sapienza), Donatella Possamai (Univ. di Venezia), Giovanna Procacci (Univ. di Modena), Franco Prono (Univ. di Torino), Adriano Prosperi (Scuola Normale Superiore di Pisa), Michele Prospero (Univ. di Roma La Sapienza), Elena Pulcini (Univ. di Firenze), Luigi Punzo (Univ. di Cassino), Riccardo Realfonzo (Univ. del Sannio), Giuseppe Ugo Rescigno (Univ. di Roma La Sapienza), Annamaria Rivera (Univ. di Bari), Roberto Romboli (Univ. di Pisa), Stefano Rosso (Univ. di Bergamo), Marco Ruotolo (Univ. di Roma Tre), Gianpasquale Santomassimo (Univ. di Siena), Alessandro Savorelli (Scuola Normale Superiore, Pisa), Giovanni Serges (Univ. di Roma Tre), Massimo Siclari (Univ. di Roma Tre), Filippo Silvestri (Univ. di Bari), Laura Silvestri
(Univ. di Roma Tor Vergata), Alessandro Somma (Univ. di Ferrara), Igor Sotgiu (Univ. di Torino), Antonella Stirati (Univ. di Roma Tre), Ciro Tarantino (Univ. della Calabria), Laura Teza (Univ. di Perugia), Massimiliano Tomba (Univ. di Padova), Alessandro Triulzi (Univ. di Napoli L’Orientale), Valentina Valentini (Univ. di Roma La Sapienza), Claudio Venza (Univ. di Trieste), Caterina Verrigni (Univ. di Chieti-Pescara G. d’Annunzio), Giovanna Vertova (Univ. di Bergamo), Francesca Vianello (Univ. di Padova), Massimo Villone (Univ. di Napoli Federico II), Adriano Vinale (Univ. di Salerno), Piero Violante (Univ. di Palermo), Stefano Visentin (Università di Urbino), Pasquale Voza (Univ. di Bari), Paolo Zatti (Univ. di Padova)

09/11/2009

Rifondazione comunista c'è per l'oggi e ci sarà per il domani.

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Rifondazione comunista c'è per l'oggi e ci sarà per il domani. Potrebbe sembrare un'affermazione scontata, ma così non è. Le pesantissime difficoltà economiche causate da una gestione dissennata, nel passato, del partito come, soprattutto, del giornale, unita alle ultime (e negative) tornate elettorali (Politiche ed Europee), non permettevano fino a ieri nè, a dir la verità, permettono pure oggi di ritenere l'obiettivo acquisito. Non a caso, il responsabile Organizzazione del Prc, Claudio Grassi, nella sua relazione introduttiva al seminario sulla forma partito che si è aperto ieri a Caserta, nella bella e confortevole cornice dell'hotel Vanvitelli, parla apertamente di una fase, quella che il Prc sta vivendo, che, parafrasando il titolo di una vecchia conferenza d'organizzazione (Chianciano 1997, Dalla Resistenza al Progetto ), si può dire "Dalla battaglia contro lo scioglimento alla sfida dell'esistenza" . Si tratta, dunque, di riflettere su quello che sono, oggi, nelle condizioni date (assenza dal Parlamento italiano come dall'Europarlamento, forza negli Enti locali ancora buona ma a rischio), presenza, forza, le radici e (si spera) le ali del progetto Prc. Un seminario non è una Conferenza d'organizzazione (ma l'anno prossimo si farà) e tantomeno un congresso, ma il livello dell'impegno e dello sforzo che il partito ci mette dentro, a Caserta, è quasi lo stesso. Grassi, naturalmente, batte e ribatte su un punto nevralgico, quello del tesseramento: «chiedere soldi in cambio di un'idea», come dirà poi Sergio Boccadutri, che del Prc è il tesoriere, non è impresa da ogni giorno, ormai. Il tesseramento resterà aperto tino alla fine dell'anno,ma le difficoltà ci sono, è inutile negarle. Il dato del 2007, l'ultimo disponibile, dice 87.826, «dato pi o meno costante, dal 1999 al 2007, con il picco più alto nel 98 spiega Grassi ma nel 2008 il calo è forte, gli iscritti scendono a 71 mila. Ormai siamo solo a 37.729 iscritti, il 53% del 2008. Altri 10/12 mila iscritti sono un obiettivo alla nostra portata, ma serve uno sforzo eccezionale . Una lettera a firma Paolo Ferrero raggiungerà tutti gli iscritti, vecchi e nuovi, un'intera settimana (quella dal 7 aI 13 dicembre) sarà dedicata al tesseramento, alla presenza di tutti i dirigenti e banchetti in tutte le città. Grassi lancia anche un'idea che farà discutere, trasformare i circoli per un anno, e in via sperimentale in Case dei Diritti solidali, aperti ai Gap, alle Brigate di solidarietà attiva, con sportelli sociali, fiscali, per la casa. Certo, la tessera costa (40 euro quella normale, 20 per le fasce deboli), ma bisogna farla pagare anche di più : 50 euro per chi può , magari tramite Rid bancario e dunque rateizzandola, 500 euro (sic) per i dirigenti. Insomma, lo sforzo non solo ci deve essere, ma richiede grandi sacrifici. La politica, del resto, se fatta per passione , e anche per professione, come spiega in un intervento ricco di spunti il tesoriere Sergio Boccadutri, «è necessaria», se si vogliono difendere e sollevare sul serio i proletari , vecchi e nuovi. Dopo aver richiamato al dovere dell'autofinanziamento, Boccadutri insiste su riduzione dei costi (personale e direzione sono già stati sforbiciati del 50%), tesseramento e (necessari) costi della politica, per i quali chiede «trasparenza ma serietà, il che vuoi dire che il finanziamento pubblico non è solo utile, è giusto». Non poteva mancare, al seminario, il capitolo giornale, e cioè Liberazione. Mauro Belisario traccia il quadro dei conti, ormai noto, e delle vendite, ancora scarse, tra edicola (non male), diffusione (buona) e abbonamenti (troppo pochi); il direttore Dino Greco parla del rapporto partito-giornale. Gioie e dolori , vien da dire, con facile perifrasi, come pure lo sono quelli tra donne e partito (sul partito monosessuato» relaziona con la dovuta severità critica Imma Barbarossa), o quello tra migranti e partito ("Siamo impegnati al fianco dei migranti, ma siamo ancora un partito bianco", sferza Stefano Galieni). Siamo ancora e solo al cahier des doleances? Non proprio, anche se «un patrimonio fatto di coerenza, innanzitutto», qualità storica , dentro Rifondazione, è stato dilapidato, ammonisce Grassi, tra governo Prodi e Sinistra Arcobaleno. Però , vi sono anche i segnali positivi: la gestione unitaria interna, sancita all'ultimo Cpn, e che ben funziona, l'avvio dei lavori della Federazione della Sinistra, che marcia abbastanza spedita, un partito presente in tutte le maggiori lotte della conflittualità sociale, come spiegano nelle loro rispettive relazioni Alessandro Giardiello (responsabile dell'Insediamento nei luoghi di lavoro) e Roberta Fantozzi, che organizza la Conferenza nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici. «Nel 2007, andati davanti alle fabbriche di Mirafiori chiosa Grassi ci chiedevano "cosa fate qui?" , oggi siamo presenti in tutte le lotte sociali». Morale, Rifondazione c'è, pur ammaccata, per l'oggi come per il domani. Tanto che pu permettersi il lusso di dar vita al bel Progetto Archivio (Linda Santilli): perché recuperare la Memoria serve a costruire il Futuro.

03/11/2009

Sono marce le mele o l'albero?

 

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In questa Italia di moralisti e puritani, dove una vita è una vita e va mantenuta tale anche quando non è più in grado di mangiare, bere, respirare da sola, anche se non è più in grado di sentire, in questa italietta di percezione della sicurezza e lotta tra i poveri, un ragazzo di trentun’anni, in piena salute, entra in carcere per un reato ridicolo (venti grammi di droga) e non ne esce più.
I carabiniere accusano la polizia penitenziaria, la polizia accusa carabinieri e medici (che hanno lasciato morire un ragazzo perché a loro dire rifiutava le cure, peccato che non fosse già in uno stato vegetativo) e i ministri competenti (?) assolvono tutti, La Russa garantendo che se ci sono state colpe vanno indagate, ma sicuramente non sono stati i carabinieri (facendosi rispondere che ha perso una buona occasione per stare zitto perfino dal segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, Donato Capace), e Alfano affermando che il ragazzo sia caduto dalle scale.
Noi non conosciamo le fonti di questi ministri, non sappiamo come abbiano fatto in pochi giorni ad aprire un’inchiesta e già dare la sentenza, ma tutti noi cittadini ci auguriamo che il ministro della giustizia riesca ad applicare questa celerità anche nei confronti del presidente del consiglio.
Nel frattempo mi auguro che questi non siano stati tentativi di deviare le indagini o di insabbiarle (come tante volte è accaduto nella storia di questa fragile repubblica) sempre, si intende, per salvare lo spirito di corpo che anima la buonafede di questi ministri.
Però come si sa, a pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca, e forse questo potrebbe essere uno di quei casi in cui non ci sono solo mele marce isolate che hanno devastato il corpo di questo ragazzo, con il coraggio di chi in gruppo massacra un uomo di 40 chili. In questo caso Stefano è passato tra le mani di più di una forza di polizia e quindi di molti agenti, si può sospettare che non sia uno solo ad aver commesso questa terribile violenza e che ci sia stato più di qualcuno ad aver visto i segni e non si sia insospettito tanto da denunciarli, e magari i casi isolati (Bianzino, Aldrovandi, e chissà quanti altri che potrebbero non aver oltrepassato le mura dei carceri o delle caserme, oppure le azioni di ricatto e intimidazioni cui abbiamo assistito nel caso Marrazzo) non sono proprio tanto isolati, ma fanno parte di una mentalità securitaria e violenta che ha colpito i vari corpi di polizia quanto, e forse più, ha colpito tutto il resto della società.
Io non sono spaventato tanto da chi ha commesso questi atti (che spero siano solo una minoranza), ma sono spaventato ancora di più da chi li copre, da chi si nasconde anziché denunciare, da questo silenzio che sembra tanto omertà e che per difendere il già citato spirito di corpo passa sopra ai principi che questi uomini dovrebbero difendere.

Non è più possibile tacere su queste tragedie, ed è necessario che il governo prenda dei provvedimenti chiari per contrastare questo fenomeno. Per questo chiediamo per prima cosa l’introduzione del reato di tortura, affossato dallo scorso governo Berlusconi proprio per le spinte delle forze più reazionarie del governo.
Come secondo provvedimento necessario per rendere l’Italia un paese un po’ più civile, chiediamo l’abrogazione della legge Fini-Giovanardi (sulla quale almeno uno dei firmatari ha ammesso di avere qualche perplessità) e una revisione del codice penale così da impedire di arrestare e trattenere in carcere chiunque sia fermato per qualsiasi reato minore, come il possesso di qualche grammo di sostanze stupefacenti, così da prevenire ed impedire che queste mele marce cadano dall’albero proprio quando sotto passa qualche innocente.
Infine, per iniziare con il buon esempio, chiediamo che i ministri che si sono affrettati a dare delle sentenze prima che la magistratura potesse fare il proprio lavoro, dimostrino buonsenso e rispetto per le persone che in questo momento stanno soffrendo per questo crimine e si dimettano.

di Davide Di Lorenzo *


* Resp. Antifascismo Gc Roma

28/10/2009

il Farabutto # 2

* A cura di..Raffaele Emiliano.

 

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Ronde padane o ronde nere? Meglio la divisa verde-leghista o quella nero-fascista? Potrebbero essere questi alcuni dei dilemmi che in queste ore stanno attanagliando la mente del primo cittadino di Francavilla Fontana.

Vincenzo Della Corte, sempreverde sindaco, ha infatti rivalutato l’idea di introdurre anche nel Comune francavillese  queste nuove formazioni di “vigilanti” tanto in voga in giro per l’Italia.

Ma no, non stupitevi. Del resto, Francavilla si mostra da sempre all’avanguardia nell’adozione e accettazione dell’idiozia quale principio-guida del quotidiano agire politico e amministrativo. E non dovrebbe farvi uno strano effetto neppure la notizia che quasi duemila firme sarebbero state raccolte – o almeno è questo il dato di “vanto” –  tra la cittadinanza dall’illuminato consigliere del PdL Benedetto Proto, vero ispiratore di questa proposta.

Il povero Della Corte, in un primo momento dichiaratosi contrario all’idea, ha subito annunciato di non poter chiudere neppure un occhio davanti a siffatta volontà popolare. Del resto, come potrebbe far finta di niente? In fondo, avremmo potuto chiedergli di chiudere entrambi gli occhi e non uno solo davanti all’esito dell’ultima tornata amministrativa. Bene avremmo fatto a chiederlo, ma non l’abbiamo fatto. E non lo faremo neppure ora, fiduciosi come siamo che prima o poi un paletto si porrà autonomamente a contenere le perseveranti sciagure della Città degli Imperiali.

E allora, consegnandoci al volere del magico Vincenzo, desideriamo proporgli qualche “dritta” circa la composizione, il vestiario e l’azione di questa novella formazione a tutela dell’ordine pubblico.

Innanzitutto proporrei di arruolare all’interno delle ronde tutti quei pensionati che, con un mai sopito sogno infantile di indossare una divisa e condannati dalla vita a svolgere tutt’altro mestiere, potranno finalmente fare gli sbirri, prendendosi una rivincita sulle forze dell’ordine, quelle vere.

Arruolerei anche giovani e giovanissimi, tutti quei ragazzi che avrebbero voluto fare la guerra o che sentono la necessità di pestare qualcuno. Bene, se fino ad oggi essi sottostavano al divieto di usare la violenza, da oggi potranno sfogarsi al riparo del loro ruolo di sceriffi. Dicono che Francavilla ospiti un importante serbatoio di nostalgici e giovani repubblichini. Perché non concedere loro un impiego, un diversivo?

Ma passiamo alla divisa, vero simbolo di riconoscimento delle ronde. Chiederemo a Della Corte di riciclare gli elmetti di quei tanti operai che, licenziati o cassintegrati in qualche fabbrica del territorio, non sanno al momento che farsene del loro copricapo. La divisa dovrà essere preferibilmente color kaki, non tanto per il piacere che proviamo alla vista di questa tonalità, quanto per il fascino esotico del nome del frutto. Il perfetto sceriffo dovrà poi essere provvisto di un qualche attrezzo per poter esercitare la propria lodevole funzione. Non parliamo di armi, pensiamo invece a pistole giocattolo (si… proprio quelle col tappino rosso che fanno impazzire i vostri figli!), fionde modello Intifada, cerbottane ricavate da penne biro, fruste (vanno bene anche quelle da Sexy Shop) e immancabile verrà per ultimo il Super Liquidator, indimenticato oggetto di desiderio della nostra fanciullezza. Ai piedi andranno bene delle infradito antiscivolo, perché anche l’occhio vorrà la sua parte.

Di cosa si occuperanno i nostri cow-boys? Presto detto: spionaggio nelle sedi politiche attraverso infiltrati e mentecatti, attività di anti-terrorismo bracciantile, operazioni anti-droga con particolare attenzione alla crescente comunità colombiana, tutela del patrimonio artistico a difesa delle impalcature che da anni e anni nascondono opere mai ultimate, servizio d’ordine in piazza al fine di separare le clientele dei vari bar, attività di monitoraggio delle correnti ventose provenienti dalle varie discariche (soprattutto da quelle illegali), gestione del traffico cittadino attraverso “rotonde umane” da piazzare in questo o in quell’incrocio, decoro urbano in aperta concorrenza con quelli di CasaPound.

Bene, spero che il sindaco faccia tesoro di queste nostre proposte e accolga almeno un paio di esse, in particolar modo quelle inerenti l’utilizzo dei Super Liquidator (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Super_Liquidator) e la “special force” anti-terrorismo.

Prima di concludere vorrei sottolineare un aspetto che non dovrebbe assolutamente sfuggirci, un aspetto che tocca l’autentica sfera filosofica del Della Corte pensatore, prima che politico.

Si sa, dietro ogni azione del primo cittadino francavillese c’è sempre un significato allegorico. E così, come dietro alla vicenda “Parentopoli” non era difficile scorgere l’applicazione dell’evangelico insegnamento di bontà e amore nei confronti dei propri cari, allo stesso modo oggi la spinta alla formazione delle ronde è da inquadrarsi nell’ottica di un’altra perla di saggezza di Della Corte: “Fatti giustizia, fallo da solo!”.

A saperlo prima…

27/10/2009

I GAP, LA FALCE E LA FORCHETTA

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Nelle ultime settimane abbiamo avuto due riunioni dei GAP che hanno dato il via a due coordinamenti, nord e centro Italia ( stiamo cercando di creare un coordinamento anche al sud). Devo dire che la sensazione che ho, per certi versi inaspettata rispetto a quello che si respira in giro, è di una dinamica espansiva di questa pratica, circa 80 compagni e compagne venuti dalle realtà in cui i GAP operano. Sia in termini qualitativi che quantitativi registriamo una crescita di questa esperienza. Sono rimasto di stucco quando ad esempio i compagni del GAP di Lodi hanno raccontato della loro esperienza che conta quasi tremila iscritti, con decine di banchetti nei mercati dei piccoli paesi, e con la prospettiva di aprire i GAP in una decina di fabbriche. Così, come rimango piacevolemto colpito quando ancora oggi, arrivano continuamente telefonate di compagni che si rimotivano in questa esperienza. Siamo partiti dal pane e siamo arrivati al paniere di prodotti, siamo partiti dai banchetti e siamo arrivati a lavorare sugli spacci popolari autogestiti. Abbiamo lavorato partendo dalla socializzazione dell'organizzazione di partito per creare le condizioni per fare autorganizzazione della società. Passaggi a volte rischiosi, contraddittori, non semplici, ma che hanno tracciato una direzione comune. In queste due riunioni si è deciso di mettere in piedi una campagna per chiedere al governo il prezzo politico per alcuni generi di di prima necessità, una legge per finanziare in tutti i comuni gli spacci popolari autogestiti, la creazione di un piano nazionale della sovranità alimentare, l'impegno in sede internazionale per una moratoria dalle speculazioni di borsa sui generi di prima necessità come grano e riso. Abbiamo deciso di chiamare questa campagna FUORI IL GRANO DALLA BORSA. L'idea è quella di fare un presidio davanti la borsa di Milano ed in contemporanea davanti al ministero dell'Economia, distribuendo i materiali nei nostri banchetti. Se infatti i GAP sono partiti come risposta al carovita, abbiamo visto come questo strumento di autorganizzazione sociale possa essere anche uno strumento per allacciare rapporti con molti produttori locali, piccoli contadini, che in tutta Italia stanno abbandonando le campagne, per effetto delle regole di un mercato impazzito che fissa i prezzi dei prodotti al di fuori di ogni logica. Il fatto che il nostro governo invece di fare uno scudo per proteggere chi lavora la terra, lo abbia fatto per quella rendita che sulla terra preferisce speculare è il parametro di giudizio per capire da che parte stanno i poteri forti di questo paese. A me piacerebbe che tutti i compagni impegnati nei GAP nei territori inizino ad organizzare incontri con queste realtà dell'agricoltura in crisi ed insieme, dal basso si avvii una discussione per la creazione un piano nazionale per la sovranità alimentare per il nostro paese. Un piano da elaborare insieme ad associazioni di categoria, sindacati, gap, gas, distretti di economia solidale, esperti di energia e di ambiente ecc, ecc.. So che possiamo fare ben poco non avendo una sponda parlamentare, ma essere partecipi di una proposta che parla di rottura delle politiche che il neoliberismo impone a noi tutti, nel mentre si costruisce una pratica di neomutualismo che prova a costruire realmente un'altro modello economico, mettendo insieme “la falce e la forchetta” mi pare sia una sfida avvincente che lega solidarietà e conflitto, elaborazione teorica e pratica concreta. Per far questo ritengo inoltre che i GAP debbano fare un salto di qualità organizzativo enorme, il cui risultato sarà determinato dalla capacità di ognuno di noi impegnato in questa sfida, di agire concretamente l'organizzazione di questa pratica sentendosi parte di un'ingranaggio collettivo e reticolare. Per questo motivo, questa estate abbiamo lavorato per costruire un'associazione di promozione sociale denominata RAP ( Rete per L'autorganizzazione Popolare) che avrà il compito di fornire un quadro giuridico di riferimento valido per tutto il territorio nazionale in cui i vari GAP in formazione od esistenti potranno federarsi. Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti, chi fosse interessato a questa discussione può mandarmi una mail per essere inserito nella maining list dei gap.
Non un GAP indietro.
Piobbichi Francesco -partito sociale prc
piobbico@hotmail.com

24/10/2009

USCIRE DAL BERLUSCONISMO SENZA TENTENNAMENTI

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di Alberto Burgio

Siamo prossimi alla fine della lunga kermesse democratica. Tra pochi giorni sapremo chi guiderà il Pd nel prossimo futuro. Per fare il verso al filosofo, chiediamoci che cosa questo passaggio ci permette di sperare.
Dovessimo dedurre una previsione dall'esperienza di questi anni, il pessimismo sarebbe d'obbligo. Vogliamo invece credere che l'intelligenza possa sovvertire l'esistente: l'intelligenza, non l'altruismo; l'intelligenza, cioè la capacità di far di conto nell'interesse proprio e generale del Paese.
Qualche giorno fa, Pierluigi Bersani ha osservato che la prima cosa è mandare a casa Berlusconi e il suo governo. D'accordo. Ma questo comporta una conseguenza. Il prossimo segretario del Pd dovrà ribaltare di sana pianta l'ideologia veltroniana dell'autosufficienza, che il suo brillante ideatore, in vena di autoironia, nominò «vocazione maggioritaria». Oltre a negare a milioni di cittadini il diritto ad essere rappresentati, lo sterminio della sinistra di alternativa ha portato farina soltanto al mulino della destra. Cacciare Berlusconi si potrà solo dando modo a tutti gli elettori di sinistra di votare liberamente, fuori dalla gabbia del bipolarismo.
Ma cacciare Berlusconi è solo una precondizione per tirare fuori il Paese dall'attuale disastro. Le elezioni del 2001 e del 2008 hanno insegnato che andare al governo non basta. Poi bisogna praticare politiche davvero diverse, che non deludano gli elettori democratici e di sinistra.
In queste ore si è tornato a discutere di precarietà. È chiaro che anche a questo proposito occorrerà invertire di 180 gradi lo schema ideologico che indica nella precarizzazione del lavoro lo strumento per aumentare l'occupazione. Chi ha sostenuto questo dogma in tutti questi anni? La destra, certo. La Confindustria, certo. Ma anche molti esponenti del Pd, a cominciare da Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro con Prodi, innamorato della cosiddetta flessicurezza, e da Pietro Ichino, che non si darà pace finché una parte dei lavoratori italiani godrà di qualche residua garanzia.
Vorrà il nuovo segretario democratico isolare queste posizioni? Avrà la forza di riconoscere che allinearsi al diktat padronale non ha portato solo al dilagare della precarietà, al prosciugamento delle retribuzioni e a un drammatico aumento dell'ineguaglianza, ma anche alla drastica riduzione dei diritti del lavoro, alla riduzione della produttività e al declino dell'apparato produttivo nazionale?
Oppure assisteremo anche nei prossimi anni all'assurdo di questi giorni, dove un ministro di destra fa propaganda come alfiere del posto fisso, e la maggiore forza di opposizione non trova di meglio che schiacciarsi sulle posizioni degli industriali, sostenendo che il tempo indeterminato è roba d'altri tempi, mentre la precarietà è garanzia di sviluppo e di modernità?
Potremmo continuare, ricordando i colpi assestati alle pensioni, i tagli inflitti al welfare, all'università e agli enti locali, l'orgia delle privatizzazioni e la politica di guerra praticata in violazione della Costituzione grazie a una spesa militare enorme e crescente. Ma una cosa dovrebbe essere già chiara. Per fare ripartire il Paese e renderlo meno ingiusto, il nuovo leader democratico dovrà guardare in faccia, con coraggio e onestà, agli errori commessi dal centrosinistra in questi quindici anni. Errori che, soli, spiegano come mai, nonostante tutto, Silvio Berlusconi sia ancora nel cuore della maggioranza degli italiani.
Una fase storica volge al termine. Come sarà la fase nuova dipenderà anche dalle scelte della nuova dirigenza del Pd.
Piaccia o non piaccia, la lunga transizione che avrebbe dovuto battezzare la modernizzazione italiana all'insegna della "normalità" ha condotto alla dissipazione di fondamentali conquiste democratiche e al rafforzamento di odiosi privilegi. Non è un grande risultato quanto a modernità
Ora si tratta di cambiare registro e di restituire alle forze democratiche e all'intera sinistra il compito fondamentale che loro compete: la difesa del lavoro, della giustizia sociale e della pace.
Altrimenti non si farà che consolidare, nell'interesse dei più forti, quel bipolarismo consociativo che, dietro il paravento degli psicodrammi del teatrino politico, ha spesso visto centrodestra e centrosinistra solidali nel malgoverno di questo Paese

22/10/2009

Il dolce naufragare di Sinistra e libertà

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Dopo i Verdi, i Socialisti: tutti in fuga da SeL. Vuoi vedere che alla fine torna Rifondazione?
Non c’è pace per Sinistra e libertà. Il progetto nato in occasione delle ultime europee con l’ambizione di creare una forza di sinistra, diversa ma naturalmente alleata al Partito democratico, mai come oggi rischia il naufragio.
La prima (e significativa) falla nell’arca di SeL s’è aperta con il congresso dei Verdi e con la vittoria della linea identitaria di Bonelli a scapito del progetto unitario della Francescato e di Cento. Un colpo di scena che ha provocato l’uscita del Sole che ride dal percorso verso un partito unico guidato da Nichi Vendola. E che nei prossimi giorni esplicherà tutti i suoi effetti, visto che il nuovo esecutivo ecologista ha chiesto il ritiro di tutti i dirigenti da Sinistra e libertà. Ora toccherà decidere a Francescato e soci se uscire dal partito oppure accettare di essere minoranza, ovviamente con tutti i benefici del caso, dalle poltrone ai fondi. Ebbene, per ora i Verdi sconfitti prendono tempo, non facendosi attirare dalle sirene dei vendoliani. Gli ex di Rifondazione infatti hanno subito rilanciato con la proposta di un congresso anticipato a dicembre, subodorando il rischio di un rompete le righe generalizzato.
Tuttavia l’unica cosa che sono riusciti a portare a casa è un’assemblea costituente, il prossimo 18 dicembre a Napoli, che dovrebbe però essere solo un atto propedeutico alla costituzione di un nuovo partito e non un congresso vero e proprio. Un compromesso al ribasso, nato dai dubbi e le incertezze di altri soci fondatori.
Oltre ai verdi minoritari infatti anche i socialisti di Riccardo Nencini non sono affatto convinti della nuova avventura. In un’intervista a Terra, il segretario socialista ha ribadito che non ci pensa proprio a sciogliere il partito e che l’unica cosa che può garantire è il rispetto della procedura standard: prima le regionali di marzo, poi il congresso socialista e, se la sua linea passa a maggioranza, lo scioglimento in Sinistra e libertà. Un percorso lunghissimo, che rischia di terminare quando il partito in fieri vendoliano sarà già abortito. Non a caso c’è chi sostiene che Nencini non fa altro che prendere tempo per sabotare il progetto.
I più maligni dicono che conti l’accordo che ha chiuso col Pd toscano per la sua rielezione nelle liste democratiche (oltre a segretario socialista Nencini è anche presidente del consiglio regionale toscano). Per gli oppositori interni, ovvero Bobo Craxi, la verità è che la maggioranza degli iscritti socialisti sarebbe contraria all’ipotesi di scioglimento in SeL e preferirebbe invece una linea più identitaria. Alla Verdi, per intenderci.
Sta di fatto che a volere la nascita di un partito della sinistra in tempi brevi si ritrovano davvero in pochi. Tanto che gli stessi vendoliani, i più strenui sostenitori del progetto SeL, cominciano ad essere stufi dei continui rimandi e iniziano a guardarsi intorno.
La strategia è quella di forzare e andare subito a un congresso fondativo, con tutti quelli che ci stanno, anche se questo significa perdere dei pezzi.
Poi, a guida di un partito vero, Vendola potrebbe cominciare a trattare con le altre forze del centrosinistra. Col Pd certo, ma non solo. Fonti vicine al governatore pugliese rivelano che nelle ultime settimane è ripartito il dialogo con l’ex compagno di partito e segretario del Prc, Paolo Ferrero.
Lo confermano sia l’ingresso nella segreteria di Rifondazione di due ex dirigenti vendoliani rimasti nel partito che le parole di Gennaro Migliore: «Il progetto isolazionista di Ferrero è fallito e per noi non ci sono problemi a discutere di un eventuale riavvicinamento per dare voce a un popolo di sinistra che rischia di essere orfano». Insomma, un clamoroso ritorno all’unità della sinistra radicale.
Gianni Del Vecchio dal quot. Europa

21/10/2009

La conversione (sospetta) di Tremonti

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Dino Greco ( da Liberazione)
D opo avere offerto il suo discreto contributo alla più colossale devastazione del mercato del lavoro e del sistema di protezione sociale del nostro Paese, il ministro Tremonti se ne esce ora - pulito pulito - con una stupefacente affermazione. Che suona, letteralmente, così: «La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale» e «il posto fisso è la base su cui costruire la famiglia». Ma va? Per un quarto di secolo la cultura e il verbo liberisti di cui il governo in carica è scrupoloso interprete, hanno predicato e praticato - col generoso contributo del riformismo nostrano - la demolizione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sostituendovi un ginepraio di rapporti di lavoro saltuari, a termine (oltre 40 fattispecie!), totalmente privi di garanzie, tutele, protezioni giuridiche. Un supermercato delle braccia a disposizione delle imprese che dovevano essere assecondate nella loro più sofisticata e deregolamentata domanda di flessibilità. Sicché il precariato è diventato oggi la forma canonica di assunzione ed i lavoratori - soprattutto, ma non soltanto, giovani - formatisi dentro questo "moderno" sistema di relazioni sociali, hanno visto prosciugarsi ogni loro diritto, a partire da quello di coalizione, che ha come presupposto la possibilità di vincere la paura, il timore paralizzante che la più semplice rivendicazione possa costare il posto di lavoro. Una generazione intera è stata addomesticata a pensare che il lavoro non sia un diritto e che la prestazione d'opera sia un'elargizione generosa del padrone, da fornirsi alla bisogna e in ogni forma possibile, anche la meno dignitosa e la più insicura. L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che disciplina i licenziamenti individuali, impedendone il ricorso senza giusta causa, è stato oggetto sino a ieri di un assalto furioso. Ora scopriamo che è stato tutto uno sbaglio, una conseguenza della globalizzazione, una degenerazione improvvidamente importata dal modello americano. Ovviamente, sia benvenuta la sia pur tardiva resipiscenza. Ma c'è da chiedersi se il pirotecnico ministro del tesoro e il governo di cui fa parte vogliano porvi rimedio, per esempio abolendo la legge 30 che di quella politica è il più organico distillato legislativo. Ne dubitiamo alquanto. E' lo stesso Tremonti, del resto, a confermare il nostro scetticismo. Nell'esternazione di ieri il ministro ci riserva, infatti, un'altra interessante rivelazione. E cioè che la Costituzione repubblicana «è ancora valida, ma non del tutto applicata». Esattamente laddove essa «regola e disciplina il risparmio, identificando nell'industria del credito una realtà che favorisce l'accesso alla proprietà, all'azionariato popolare...».

18/10/2009

RIFONDAZIONE CONTINUA A RIMETTERSI IN GIOCO

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di Davide Pappalardo

Prossima tornata elettorale: al voto 1000 comuni, le province sarde e altre 2 province, 13 regioni, per un totale di 16 regioni coinvolte. Anche le prossime elezioni hanno dunque il valore di un test nazionale e a poter cambiare ulteriormente la situazione c’è anche un convitato di pietra, il ddl Calderisi che, se approvato, comporterebbe uno sbarramento al 4 in tutte regioni e negli enti locali. A tracciare questo quadro, venerdì 16 ottobre, la relazione in Direzione di Gianluigi Pegolo, il quale ha anche delineato le linee guida che dovrebbero accompagnarci verso le regionali, articolate su due livelli: sul piano etico e sul piano programmatico.
La condizione sociale sollecita intese, ma a questo fattore occorre sommare il bilancio dell’attività delle regioni in cui ha governato il centro-sinistra e l’esiguità nostre forze. Per Pegolo occorre comunque tenere ferma barra su contenuti, senza rinunciare a correttivi tattici.
Quattro in particolare le linee di azione che bisogna portare avanti secondo il responsabile dell’area di lavoro su Democrazia e istituzioni:

1-Preservare e potenziare la coalizione della lista comunista e anticapitalista
2-Non far precipitare la questione della federazione sulle regionali, fermo restando che il simbolo base dovrà essere quello usato per le europee ma con la possibilità di correzioni per garantire l’eventuale presenza in lista di forze locali e anche per dare vita a liste più ampie
3-Confronto programmatico con forze sociali e ambientali e previsione a metà dicembre dell’assemblea nazionale degli amministratori
4-Utilizzo delle proposte sulla crisi. Il tema si intreccia infatti con la campagna d’autunno

Due i principi dai quali non discostarsi:

1-Coerenza in termini di moralità
2-Prima contenuti sulla scelta delle alleanze. La guida programmatica è intanto in via di definizione attraverso il confronto con i diversi dipartimenti del Partito. Previsto un percorso partecipato, col coinvolgimento delle diverse strutture del Partito.

Sbocchi del confronto con le altre forze politiche:

accordo con presenza governo, se il profilo dell’intesa è positivo
collocazione autonoma
accordi elettorali (escludendo quindi una nostra presenza nel governo regionale).

Questioni queste riprese nelle conclusioni del segretario Paolo Ferrero, per il quale occorre tenere alta l’attenzione sui contenuti. Il segretario ritiene che le regionali non siano un punto strategico di definizione della nostra identità, inserendosi invece all’interno di un ciclo. Occorre però avere un profilo più netto, anche attraverso i passaggi della Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori e della campagna d’autunno.

E così Ferrero si preoccupa di definire alcune priorità in vista delle regionali:

1)Le regionali cadono dentro crisi, le regioni devono quindi mettere in campo misure in favore delle classi più deboli, attivare forme di intervento pubblico.
2)C’è un problema di moralità della classe politica e su questo occorre essere netti. C’è la questione morale e da affrontare anche il tema degli stipendi alti dei consiglieri regionali.
3)C’è l’ambiente: il no al nucleare, gli inceneritori
4)C’è il tema del lavoro.

Le alleanze restano un tema difficile del dibattito di Rifondazione.

Ramon Mantovani conferma infatti la nota divergenza rispetto alla nostra presenza nelle istituzioni e delinea un quadro di un bipolarismo più violento nelle realtà locali, con forme anche estreme di presidenzialismo e con i partiti ridotti a vassalli. La proposta avanzata per non apparire più come interni a questo progetto politico è quella di un intervento forte su alcuni punti cardine: leggi elettorali, con un secco no al presidenzialismo, ripubblicizzazione di quanto privatizzato, la questione degli emolumenti dei consiglieri regionali, il no al nucleare. D’accordo su questo tipo di caratterizzazione forte anche Salvatore Bonadonna.

Ferrero invita però ad evitare di ritenere che stare fuori dalle alleanze sia risolutivo contro il bipolarismo ed in sede di replica e Pegolo ricorda che essere cancellati è un altro modo per dare via libera a bipolarismo.

Ed un monito sul tema delle alleanze arriva anche da Alberto Burgio, il quale ritiene che la discussione sia viziata da un equivoco rispetto al giudizio sui nostri interlocutori politici. “Posso allearmi anche col diavolo se dimostro che l’alleanza produrrebbe risultati migliori ove non mi alleassi”. Per Burgio inoltre la direzione deve dare con certezza criteri vincolanti ai territori: di merito sui programmi e morali.

Nella discussione pesa la questione Udc che pone non pochi problemi. Per il segretario del Piemonte, Armando Petrini, il problema si risolve impostando la questione con decisione strettamente sul merito e sui programmi ed evitando scorciatoie. L’Udc va allontanata da possibili alleanze attraverso il lavoro sul merito delle cose. Ed il “metodo Petrini” trova d’accordo sia Pegolo – “Sull’Udc ha ragione Petrini, occorre usare i contenuti” - che il segretario Paolo Ferrero.

Centrale, per Petrini, resta il confronto sui programmi anche con le forze della coalizione uscente, nonostante un giudizio complessivamente positivo dell’esperienza piemontese. Stesso discorso anche per un altro segretario regionale, quello dell’Emilia Romagna, Nando Mainardi, che dà una valutazione tendenzialmente positiva dell’operato della regione, ma reputa centrale l’esito del confronto.

Dalle regioni arrivano anche altri esempi interessanti. E’il caso della Sardegna, illustrato dal segretario regionale Gianni Fresu, il quale ha ricordato che alle europee nonostante l’assenza di risorse e sedi e i gruppi dirigenti in fase di ricostruzione, si sia giunti ad un ottimo risultato di lista e della candidata, con i circoli che si sono riattivati ed i compagni che si riavvicinano. O ancora della Basilicata, come segnalato dal segretario della federazione di Potenza, Francesco Cirigliano, dove si sta tentando di costruire una Federazione della sinistra d’alternativa più ampia possibile, attraverso il lavoro ed il confronto con movimenti, ambientalisti, sindacati.

Di rilievo anche i giudizi sulla nostra presenza nel conflitto. Rosa Rinaldi invita ad evitare “approcci al cilicio, alla Binetti, nella nostra discussione”, anche perché siamo l’unico partito presente nelle lotte e ora finalmente veniamo anche riconosciuti e accolti ed invita a concentrare l’azione del Partito su pochi punti.
Secondo Ferrero però nelle lotte c’è anche Di Pietro che in modo spregiudicato tenta di occupare il nostro spazio e sull’Idv il movimento di Grillo ha lanciato “un’Opa”, è in corso un ricambio del gruppo dirigente.

Bocciato infine dalla Direzione l’ordine del giorno per un referendum tra gli iscritti sulle regionali, proposto da Marco Verruggio (solo 4 voti a favore, lo stesso Verruggio, Ramon Mantovani, i due compagni di Falce e martello e cioè Claudio Bellotti e Alessandro Giardiello), mentre Alfio Nicotra si astiene. Bianca Bracci Torsi in sede di dichiarazione di voto spiega la contrarietà al referendum: “Gli iscritti vanno sentiti molto di più, ma non attraverso lo strumento del referendum che li chiama solo a dire sì o no su un quesito”. E in precedenza, nella fase dedicata al dibattito, anche il segretario della Toscana Stefano Cristiano aveva auspicato che più che una discussione interna o un referendum servirebbe un confronto sul merito delle questioni con i lavoratori.

La prossima direzione sarà dedicata al regolamento della conferenza nazionale dei Gc, alla conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori e alla campagna d’autunno.

16/10/2009

BUONGIORNO NOTTE

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Buongiorno cari concittadini. Un´altra splendida giornata ha inizio,spero che tutto vada per il verso giusto. Adesso prendiamo un bel cafè,una doccia e via. Qualcuno va a scuola,altri lavorano,i soliti ignoti sonnecchiano su una poltrona,poi c´è chi ancora dorme,e qualcun altro è troppo occupato a pensare.

Stress. Non c´è la facciamo proprio più,abbiamo bisogno di un po´ di libertà,un po´ di bollicine,o almeno di qualche birra. Arriva la sera. Piazza. La serata quasi sempre vola via, sono troppi gli argomenti da trattare,tutti vogliono dire qualcosa,c´è fervore,passione. Guarda li,qualcuno discorre intorno alle ultime decisioni del commissario tecnico della nazionale, di fronte qualcun altro parla di grandi personalità della zona,vicino a quella fontana altri scavano nella memoria per la conservazione dei ricordi olfattivi,visivi e gustativi(memorabili li "fichi cucchiati),due giovanotti esaltano le gesta del piccolo calcio antico,mentre il loro amichetto attende la sua bambina.

Tutto molto bello. Adesso si che possiamo andare a dormire tranquilli e rilassati. Domani è dura. Prima di andare a letto diamo uno sguardo alla tv,magari becco Morgan.

Telegiornale regionale: un uomo di cinquantadue anni si è tolto la vita nelle campagne di Erchie. Aveva perso il lavoro a dicembre. Lascia sua moglie e due figli di venti e quattordici anni. L´uomo faceva il ragioniere in una ditta di Francavilla Fontana.

Però... il lavoro? Bella domanda. Cosa possiamo fare noi? Siamo l´ultima ruota del carro;sono sempre loro quelli che decidono. Solo loro sanno cosa fare. Cosa dovremmo fare, scendere in piazza e gridare come i rincoglioniti? Non ci ascoltano. Poi perché rischiare il posto di lavoro? Dignità? Non si può mangiare,ci dispiace. Preferiamo la birrozza al giornale,meglio un sex on the beach che i vostri soliti discorsi sulla giustizia sociale,lotte varie,bla bla blaa...tanto prima o poi pure noi avremo la nostra opportunità. Adesso meglio andare,domani è un´altra giornataccia.

Buonanotte.

NICOLA MODUGNO

15/10/2009

E ORA UCCIDETECI PURE...

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E ORA UCCIDETECI PURE...La Camera dei Deputati approva la pregiudiziale di incostituzionalità della proposta di Legge contro l'omofobia: Binetti e "teodem" scatenati. Udc trionfante, PD nella bufera


E da oggi siamo anche anticostituzionali. Froci, lesbiche, travestiti, recchioni un po’ pedofili e anticostituzionali, puzziamo pure un po’ di zolfo, abbiamo la coda e le zampe da caprone. E possiamo anche essere uccisi. Di certo discriminati. Il rogo non è ancora previsto per legge, le fascine per prepararlo sono però già pronte. Grazie al Pd e soprattutto grazie alla deputata Paola Binetti, che stavolta, a differenza della votazione sullo scudo fiscale, era ben presente in aula, ben presente e pronta per l’affossamento della legge.
I fatti sono noti: l’Udc (a proposito: ma il Pd pensa ancora che si possa trovare una qualche forma di accordo politico con questo partito? Il Pd tutto intendiamo, non solo la Binetti…) ha sollevato in aula la pregiudiziale di incostituzionalità, dopo che la Camera aveva respinto il tentativo di rinviare la legge in Commissione. E, cosa più grave, per la quale pensiamo che in un Paese civile il partito di Casini dovrebbe delle spiegazioni e certamente delle scuse, molti esponenti dell’Udc, nei loro interventi, non hanno esitato accostamenti confusi – ma chiarissimi – con pedofilia, incesto, necrofilia e chi più ne ha più ne metta.
Questa travagliatissima proposta di legge, che aveva già subito mille limature, che così come era ci sembrava sì un importante passo avanti, ma che ci diceva quanta paura ha questo cattolicissimo Paese nell’affrontare certi temi, questa legge che insomma era davvero insufficiente, ebbene anche questa legge era troppo per Santa Romana Chiesa. Già il giorno prima, sulle pagine di Avvenire era partito l’ordine per i novelli crociati vaticani che siedono sugli scranni di Montecitorio di fermare quella scandalosa legge. E la legge è stata prontamente fermata.
Anche così muore la democrazia e porta con sé i ritagli di giornale dove si parla di aggressioni sempre più frequenti agli omosessuali e la formazione di una nuova etica tutta intrisa di disprezzo per la diversità, che si declini su piani sessuali, civili, etnici, religiosi, filosofici o semplicemente di pensiero. L'uniformità della moderna Italia berlusconiana e leghista è l'anti-etica dell'odio, del disprezzo e del più negletto dei campanilismi. E il Parlamento non fa eccezione e viene piegato da centro della vita di uno Stato libero nato con la Resistenza a fulcro di uno Stato illiberale, che considera "incostituzionali" quei diritti che non discendono direttamente dalla dottrina cattolica, dall'onniscienza pontificia, emanazione divina della sapienza dogmatica che, in quanto tale, sorpassa anche la Carta del 1948.
Nel lungo cammino di liberazione dal pregiudizio, gli omosessuali, tutto il movimento Lgbtq, hanno sempre dovuto dimostrare che essere diversi non era un disvalore, ma una ricchezza e che, in questo plusvalore, risiedeva una nuova armonia sociale che andava vissuta come elemento caratterizzante del futuro di tutte le generazioni. E hanno preteso, con forza di giustizia, che tutto ciò fosse trasversale a qualsiasi altra differenza, che rompesse le barriere dei confini politici, quelle delle bigotterie moralistiche di turno e il più grande stereotipo mai creato nella quotidiana pratica di denigrazione dell'omosessualità: la femminilizzazione dell'uomo e la mascolinizzazione della donna.
In realtà, non c'è nessuna sovversione di genere, neanche nei bisex, nei transgender e nei transessuali. Ognuno è ciò che percepisce, sente di essere e non ciò che dovrebbe invece diventare per via di una eterodirezionalità normalizzatrice che non fa onore a nessuno, tanto meno agli eterosessuali.
E ora arriva l'Udc, arriva questa destra e anche qualche settore del Pd a dirci che siamo immeritevoli di acquisire dei diritti, di avere una difesa legale nei confronti di chi ogni giorno ci insulta, ci deride e, peggio di tutto ciò, non ci considera e ci relega nel dimenticatoio, su una lastra di marmo fredda dove nessuno resiste in vita, dove a poco a poco muore e così non resta nulla, nemmeno una goccia di ricordo.
Da oggi questo Paese di certo è ancora un po’ più arretrato, esce dal consesso dei paesi civili per entrare tra gli stati teocratici. E ora uccideteci pure...

di Federica Pitoni e Marco Sferini

 

 

14/10/2009

AVANTI BRIGATE, ANDIAMO OVUNQUE!

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Suona il telefono “ ciao, sono un compagno di Messina, sono venuto con le Brigate all'Aquila, stiamo organizzando una Brigata della Solidarietà per dare una mano alle persone alluvionate, come possiamo fare per entrare a spalare?”…6 mesi fa una telefonata come questa sarebbe stata inimmaginabile, oggi invece mi pare normale per un partito come il nostro che si è misurato con la sfida di una mutazione antropologica della militanza. In Abruzzo abbiamo provato a rendere utile socialmente la nostra organizzazione sperimentando una differente modalità nel fare politica. 6 mesi, 180 giorni, sono un'eternità per la gestione di un'intervento di questo tipo, lo sono perché è stato una sorta di miracolo - con una struttura che si è andata formando in presa diretta sul campo - vedere circa 700 attivisti/e venire da tutta Italia a dare una mano. Con loro sono arrivati 200 tra camion e furgoni di generi di prima necessità, con loro abbiamo tenuto aperte e costruito 3 cucine (una delle quali per sei mesi), 3 spacci popolari, 1 tenda sociale, uno sportello legale, una lavanderia popolare, ed un servizio di “volante della solidarietà” per consegnare nelle prime settimane cibo ed indumenti a chi non era registrato dentro i campi. Un’esperienza che ha raccolto molte storie differenti; di Ultras e di scout, di persone in libertà vigilata e cassaintegrati, di libertari e fedeli alla linea, di cuochi e “persone de core”. Una dimensione popolare in cui molti compagni hanno dato tanto del loro tempo, instaurando una relazione con la popolazione estremamente positiva che durerà a lungo. E' stata un'impresa collettiva, ci tengo a rimarcarlo, di tutti noi, una sorta di miracolo in un'Italia malata di egoismo e antipolitica. Se c'è qualcuno ancora che pensa di ricostruire in questo paese un'idea nuova del fare politica non può che partire da questa esperienza e dalla potenzialità che questa ha generato pur tra mille difficoltà e contraddizioni. Ma la cosa che questa esperienza lascia a tutti e tutte, e che la solidarietà tra pari, come le pratiche sociali che in questo spazio si determinano sono il cemento per la ricostruzione dell'agire politico e sociale. Chi è stato a Tempera, a Camarda, ad Aragno, a Pescomaggiore, a Filetto è tornato con un tatuaggio indelebile che rimane addosso per tutta la vita, tanti giovani come non ne vedevo da tempo hanno attraversato questa esperienza, dimostrando che non è poi così vero che l’orizzonte del mondo giovanile sia solamente la massificazione consumista. Densità di rapporti sociali, lacrime e sorrisi, conflitti e feste, condivisione dei bisogni e delle paure, lavorare “con” i cittadini senza mai mettersi sul piedistallo del potere che offre dare una mano a chi è in difficoltà. Favorire l'autorganizzazione, non è stato semplice, così come lavorare per la presa di voce contro la delega in un contesto invece che andava in direzione opposta. Le Brigate, la loro modalità di lavoro è una eccezione positiva alle classiche associazioni della protezione civile, una struttura di attivismo sociale non neutra, che lavora per cambiare socialmente il contesto in cui opera, una struttura che nel livello simbolico si è posta fin dall'inizio l'obbiettivo di ridare legittimità alla tradizione della solidarietà del movimento operaio. Ma se questa nostra identità non è stata nascosta essa non ci ha impedito di lavorare come una struttura pragmatica, aperta sulla pratica dell'obbiettivo, mediando con le istituzioni, operando con soggetti che non hanno la nostra stessa visione del mondo sia all'interno che all'esterno delle Brigate. Ritengo che questo sia un punto di forza del modello d'intervento che abbiamo costruito, un modello che è riuscito a bilanciare solidarietà e conflitto, cosa non sempre facile e sulla quale si è dovuto discutere parecchio trovando un punto di equilibrio che ci ha permesso di attraversare fasi difficili. Essere riusciti a delineare un modello differente di protezione civile che abbiamo definito popolare, che si è misurato nelle pratiche di solidarietà ma anche di conflitto, partecipando al contro g8 e alle mobilitazioni dei comitati è secondo me una vittoria enorme. Una vittoria perché lavorare controcorrente all'interno di un meccanismo emergenziale, tipico della shock economy non è stato semplice, anche perché abbiamo nuotato contro una campagna mediatica gestita da Berlusconi che ha trasformato l’Aquila in un set cinematografico. La nostra legittimità però l’abbiamo conquistata sul campo, non con le parole ma con i fatti, mentre c’era chi sfilava in piazza D’Armi in passerella noi eravamo tra le persone, con i comitati, denunciando fin da subito la critica al modello bipartisan di ricostruzione adottato, il consumo del territorio, l'emergenza lavoro e la speculazione sul caro affitti. Se dovessi fare un paragone azzardato così come nel terremoto dell'Irpinia abbiamo assistito all'irrompere del volontariato come contenitore che ha recepito molte energie in fuga dalla sconfitta del ciclo di lotte degli anni sessanta e settanta, allo stesso modo possiamo pensare in maniera piuttosto ardita che all'Aquila si siano gettate le prime basi per provare a politicizzare il lavoro sociale a partire dalla diversità delle pratiche sviluppate. La vera differenza con le altre associazioni consiste nel fatto che non vi è stata differenza tra noi e la popolazione, alcuni giorni eravamo indistinguibili anche se avevamo le pettorine. Dal popolo per il popolo recitava una frase scritta sullo spaccio di Tempera, non era uno slogan, ma la constatazione che c'era una effettiva parità di condizione sociale e materiale, di precari che davano una mano a chi non aveva più una casa. Una composizione “popolare” quindi, dove i ruoli e l'autorevolezza si sono conquistati sul campo, discutendo, litigando, mediando. In un'assemblea un ragazzo ha detto che è proprio perchè siamo sconfitti socialmente nella vita di tutti i giorni nelle nostre città, che riusciamo a porci come “paritari” con le persone alle quali stiamo una mano dopo che il terremoto ha distrutto le case, penso che questo sia un punto da sottolineare. Ed è questo forse uno degli insegnamenti primari che viene da questa esperienza che proseguirà ancora oltre la chiusura del campo di San Biagio in Tempera, non solo all'Aquila ma in tutta Italia. Alla Lasme di Melfi, il 15 agosto le Brigate erano davanti il presidio dei lavoratori ed hanno organizzato la loro cucina a sostegno della lotta degli operai, così come lo hanno fatto con gli insegnanti precari di Benevento dando sostegno alla loro lotta mentre erano sul tetto del provveditorato, cosi è stato fatto per i precari che in queste settimane sono stati accampati davanti il ministero dell'istruzione. Teniamo vivo lo spirito delle Brigate, ovunque, non perdiamoci di vista ed organizziamo le Brigate della Solidarietà nei nostri territori, per questo motivo ritengo che questa struttura di solidarietà debba dotarsi di una propria forma associativa tale da permetterle di operare sia negli interventi di protezione civile che nelle nuove forme di azione diretta a sostegno dei conflitti e delle vertenze. Nella crisi del terremoto abbiamo capito come poter operare nel terremoto della crisi, questo è l’altro punto di riflessione, l’egoismo e la guerra tra i poveri, l’ansia sociale, la solitudine, il senso di colpa della propria condizione di vita sono il cemento con il quale le classi dominanti hanno vinto in questi anni, dopo questa esperienza possiamo concretamente sentirci una grande comunità che mette al centro del proprio agire la solidarietà. Abbiamo fatto insieme un gran bel lavoro, avanti Brigate, andiamo ovunque!

Piobbichi Francesco
Partito Sociale PRC

12/10/2009

Un governo di incompetenti che segue le pulsioni della Lega

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di Tiziano Tussi

su Liberazione

Un altro arresto istituzionale alla politica della destra italiana, posizione rivendicata da Berlusconi proprio in questi giorni, in conferenze stampa e passaggi televisivi vari. Quindi non più centro-destra ma decisamente e solo destra. Mi pare significativo. Ma la destra che è al potere forse non capisce bene cosa sia l'equilibrio dei poteri che in una normale democrazia democratico-borghese regge le sorti dello stato. Così come per Brunetta, le cui norme anti fannulloni, almeno in parte, sono state cancellate da un pronunciamento del tribunale in fattispecie quelle riguardanti l'organizzazione ed il controllo delle malattie dei lavoratori del pubblico impiego, ad esempio della scuola, che avrebbero dovuto osservare fasce di presenza in casa, praticamente per quasi tutta la giornata, diversamente dalle condizioni precedenti che le prevedevano per sole quattro ore. Il tribunale ha dato torto a Brunetta e tutto è ritornato come prima. Dopo la bocciatura del lodo Alfano - tutti giudici comunisti e Napolitano anche, quindi se lui ci metteva una buona parola … - arriva la Gelmini, con una circolare respinta dal Tar del Lazio. Di questo passo non sarà l'ultima ricusazione. Se il buon senso ed il senso dello stato non sorreggono la destra ne vedremo altre. In quest'ultimo caso la questione riguarda una corretta compilazione delle liste per l'attribuzione delle supplenze: il precariato scolastico insomma. Già blandito, ma sostanzialmente in parte minima, per il corrente anno scolastico, con stipendi promessi in assenza di lavoro o quasi - ma non ci sono in primavera le elezioni amministrative regionali? E non è stata la Lombardia dell'astuto e pio Formigoni ad accettare subito tale strampalato piano? - il mare magnum del precariato si è visto pure intorbidito con norme insulse che avrebbero dovuto facilitare la possibilità di lavoro per gli autoctoni. La Gelmini è di Bergamo, che vuole dire Lega Lombarda e la Lega è in questo momento l'ispiratrice della politica governativa. Bella ispiratrice si potrebbe dire. Bella no, ma è l'unica forma ideologica di politica che questa compagine governativa di nani e ballerine - Craxi docet - si può permettere. L'unico scambio possibile con la sua base, anche con quella del Pdl. Cosa hanno da proporre di loro gli uomini di pensiero della compagine berlusconiana ai propri elettori: ideologicamente nulla! Ed allora la Lega giunge sempre in soccorso. Loro un pensiero organico, anche se becero, l'hanno. La natura aborre il vuoto - diceva il divino Aristotele - e là dove vi è un vuoto di idee, idee esistenti, anche se orribili, si installano. Possibile che le teste d'uovo del Pdl non lo capiscano. Possibile non lo capiscano anche i post fascisti, che non si sentono di proporre neppure più la politica populista fascista, o similare. Berlusconi oltre alla reiterazione della sua forza economia e fisica - l'uomo è nato nel 1936 - non ha. Perciò anche la norma per i precari, che stiamo sottolineando, doveva salvare il nord rispetto al sud, affamato, pasticcione ed affollato di precari. Ma tant'è. Fino a quando siamo un paese unitario e nazionale - sarà da ridere, nelle scuole l'anno prossimo per l'anniversario dei centocinquant'anni dell'unità d'Italia, cosa succederà? - occorre pensare a questo livello. Certo, molti sono i problemi delle università italiane che sformano laureati in sovrapproduzione - sembrerebbe - per le esigenze della scuola, ai livelli inferiori - e qui lasciamo perder la volontà, sbandierata, dallo stesso ministro di aumentare il numero dei laureati. L'ultima statistica internazionale ce lo conferma, con la prima università italiana, a Roma, ben oltre il centesimo posto: e quelle del meridione dove sono? Problemi ce ne sono, ma la domanda è: vogliamo cercare di risolversi oppure vogliamo mettere pezze padane al tutto? Per risolvere veramente qualcosa si dovrebbe prendere di petto l'insulsa divisione universitaria attuale del tre più due, si dovrebbe verificare quante baronie e familismo c'è negli atenei; verificare la pienezza dei titoli dati; cercare di capire cosa vuole il territorio da quelle università; perciò allargare il tiro. Insomma qualsiasi problema affronti ci si accorge subito che l'Italia è marcia. Domanda retorica: questo governo vuole arrivare alla fine di una filiera problematica o continuare a blaterare e fare teatro, per di più scadente. Nel secondo caso, mantenendo un bassissimo profilo di conoscenze, può mantenersi al potere, ma certo non arriverà mai a fare anche solo ciò che declama - largo all'eccellenza, premiare i virtuosi (con che soldi?), mandare a casa (quale) i fannulloni, dare un futuro (ammesso che Berlusconi e soci sappiamo cosa sia) alle giovani generazioni ecc. ecc. Anche il caso Gelmini- Tar del Lazio per le graduatorie dei precari è un segnale di tanta pochezza. Non si può governare in spregio ai pesi e contrappesi istituzionali nazionali. Nel modo che vediamo fare forse si può uscire gloriosi e sublimi da un'assemblea di condominio. Forse.

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